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Bufera nel mondo del calcio

By: Vincenzo

Vincenzo - Sat 13/05/2006 or 21:16
Dopo le ultime vicende delle intercettazioni telefoniche il calcio Italiano perde credibilità nei confronti dell'opinione pubblica. Secondo il mio parere, domani è completamente inutile giocare l'ultima di campionato in quanto il campionato in corso è falsato. Avevo intenzione di acquistare una partita su SKY, ma sicuramente mi farò una bella passeggiata con la mia bicicletta. Vincenzo

Freddy - Sun 14/05/2006 or 22:04
[i][color=0033FF]ANSA)- BERLINO, 14 MAG - 'Moggi: lui e' il mafioso del calcio':con questo titolo la Bild am Sonntag riferisce degli sviluppi del maxiscandalo sul calcio italiano."Sembra un onesto impiegato, ma potrebbe risultare il piu' grande criminale del calcio italiano", scrive il domenicale tedesco sottolineando come Moggi - per il suo ruolo di principale corruttore delle partite - rischi fino a 8 anni di carcere. "L'Italia sprofonda nel caos", titola da parte sua la Welt am Sonntag accanto a una foto a colori di Buffon.[/color][/i] La seguente notizia mi rattrista enormemente, non tanto perchè abbiamo dato un'altra occasione a chi vuole continuare a definirci "Spaghetti, Pizza e Mafia", ma perchè mettendo in dubbio l'unica fede che purtroppo a molte persone è rimasta, quella del calcio, getta nello sconforto più totale, persone ed intere famiglie che a questo sport credono (o credevano) e lo considerano, magari esagerando, come una delle poche cose vere, certe, sicure, dove c'è chi vince e chi perde e dove c'è un arbitro che prende decisioni. Penso all'articolo che ha scritto oggi su questo portale, Salvatore Antoci, sulla burocrazia, ed immagino che l'ennesimo tentativo di mediare a questa figuraccia mondiale, da buoni Italiani, sarà quello di inserire altre regole, regolamenti, "leggine" e "leggette" che complicheranno ancora di più l'unica cosa che sembrava essere semplice, il giuoco del calcio ! Eppure la medicina buona ci sarebbe, e si chiama: "Senso Civico e Legalità" Più facile credere alle favole, vero ? Freddy

Vincenzo - Mon 15/05/2006 or 09:06
Non me vogliano gli Juventini ma secondo il mio parere sarebbe opportuno una condanna esemplare. Oltre alla revoca degli scudetti impropriamente conquistati credo sia oppurtuno retrocedere la Juve in C2 (altro che serie B). Vincenzo

renatosd - Mon 15/05/2006 or 10:26
da interista sconsolato e afflitto dico solo che prendere a posteriori un'eventuale scudetto a due o tre anni di distanza non mi provocherebbe nessuna emozione. Se devono revocarli questi scudetti (e devono revocarli) credo sia giusto che non vengano assegnati affatto, lasciando nell'albo d'oro l'indelebile buco nero a futura memoria di questo calcio malato che non mi da più le emozioni di quando ero adolescente. Il fatto che le trasmissioni pettogole e piene di chiacchiere della domenica sera mi inducono un sonno profondo e ristoratore come nessun'altra trasmissione penso sia sintomatico di quello che è diventato questo ex sport. renato

giucap - Tue 16/05/2006 or 08:45
Volevo provare a dire la mia sull'argomento, ma ero diviso tra diversi argomenti, tutti a mio avviso importanti. Poi ho letto questo articolo di Michele Serra che forse tocca l'argomento centrale, ma che in me non induce alcun ottimismo per il futuro. E' un po' lunghetto, ma penso valga tutto il tempo necessario a leggerlo. Un caro saluto Giulio "Quando crolla l'etica di MICHELE SERRA LA MAGISTRATURA è come i pompieri: arriva quando l'errore umano (per dolo, o per imprevidenza) ha già innescato il fuoco. E' per questa ragione, insieme banale e inoppugnabile, che i giudici, nel nostro paese, hanno molto lavoro, e sono così spesso sotto i riflettori. Perché dolo e imprevidenza hanno già lavorato ben prima di loro, estesamente, tenacemente. Che poi qualche giudice lavori ottimamente e qualcun altro meno bene, fa parte dell'umano. Ma che il dibattito minacci di concentrarsi un'altra volta, come già dopo Tangentopoli, sui soccorsi successivi all'incendio, intignandosi nell'ormai stucchevole diatriba tra "garantisti" e "giustizialisti", è cosa parecchio fuorviante. E sospettabile di evasività: quasi un parlar d'altro rispetto allo stato delle cose. Il problema è l'incendio: perché brucia e distrugge, e perché la sua estensione devastante rivela che sono del tutto mancate, per l'ennesima volta, le misure di prudenza, di intelligenza pubblica, spesso di semplice buon senso che permettono di vivere in comunità limitando i danni e gli spaventi. Queste misure, qui come altrove, si chiamano etica pubblica. Servono a stoppare prima, e non dopo, le cattive intenzioni, a isolare le persone poco raccomandabili o quantomeno a non emularle, a non trasformarle in esempi ammirevoli. Lo scandalo del calcio, in questo senso, è fulminante: descrive una comunità che per lunghi anni non è stata in grado di arginare, pur conoscendone il clima e forse i dettagli, una plateale situazione di strapotere, di prevaricazione psicologica e di scorrettezza istituzionale. Che Moggi abbia o non abbia orientato gli arbitri, e con essi i risultati delle partite, se cioè abbia o non abbia commesso il reato di frode, è questione che riguarda le magistrature (sportiva e ordinaria). Ma che un dirigente della prima società di calcio del Paese, per anni, abbia intrattenuto rapporti assidui e confidenziali con i designatori arbitrali, è cosa eticamente gravissima a prescindere dalla presenza di un reato. Un calcio che accetta (e anzi promuove) metodi simili, ha come destinazione quasi inevitabile gli uffici dei pm. Essere spossessati delle proprie facoltà di autodeterminazione è il tipico esito - e la tipica punizione - che spetta a chi mostra di non meritare l'autonomia di cui gode. Lo sanno gli adolescenti, che quando rigano diritto vedono aumentare la propria libertà, e quando fanno fesserie, o peggio, si vedono ricacciati - se il genitore fa il genitore - allo stato infantile: la fiducia si merita. E la si può anche perdere. In una delle intercettazioni rese pubbliche, il proprietario della Fiorentina Diego Della Valle, telefonando per la prima volta al designatore arbitrale Paolo Bergamo, esordisce così: "Non l'ho mai chiamata prima, non conoscendola, perché non sapevo neanche che uno potesse alzare il telefono e chiamarla". La frase rivela uno scrupolo sacrosanto. Della Valle sa benissimo che rivolgersi al potere per chiedere favori o protezione non soltanto non è abitudine delle persone per bene, ma è anche l'esatto contrario della logica e delle regole non scritte di un paese libero: dove sono i diritti e i doveri, non i favori e gli sgarbi, a conformare i rapporti tra le persone e tra le istituzioni. Ma Della Valle telefona a Paolo Bergamo perché è sotto schiaffo, e ha mangiato la foglia: è stato lo stesso Moggi a spiegargli che così doveva fare. Entrare nel giro o soccombere. Una specie di "pizzo" morale da versare ai furbetti del campionato. Questo semplice episodio, insieme a mille altri, disegna un campo di gioco truccato a prescindere. Truccato in partenza. Nel quale l'affiliazione a una mentalità e a un costume produce risultati, e la ribellione (vedi l'onesto e cocciuto Gazzoni e il suo Bologna) può anche costare l'emarginazione e, nel suo caso, la rovina economica. I giudici arrivano quando l'autodisciplina, le remore morali, la libertà di sottrarsi al gioco sporco, se ne sono già andate da tempo. I giudici arrivano quando è diventato necessario esautorare un intero ambiente che, semplicemente, non è più capace di autogovernarsi: accadde con i partiti politici quindici anni fa, accade oggi con il gioco del calcio, primo spettacolo del paese, business miliardario in euro e costola importante e amatissima del corpo sociale nazionale. Non è dunque di questo che bisognerebbe parlare? Come è possibile che un Paese sia così spesso costretto al bisturi giudiziario - con tutta la drasticità e l'approssimazione che l'intervento d'urgenza comporta - se non a causa della propria impressionante imprevidenza etica? L'etica arriva molto prima della legge, e spesso ne evita il maglio. L'etica è come la cura quotidiana, come la prevenzione, che serve a scongiurare o almeno a limitare le malattie più gravi. Proprio a questo serve, l'etica: a limitare a eccezionali cadute, a crimini imprevedibili, l'intervento dell'autorità giudiziaria, bastando, a mantenere sana la prassi, e sereno lo spirito, un insieme minuto e condiviso di comportamenti leciti. L'etica non è una parolona pomposa, non è altissimo esercizio di eroismo morale: è necessità comune, è abicì della convivenza, è prosaica cura del rispetto di sé e degli altri (al contrario della legge, che è Dramma). L'orrendo "così fa tutti" che già echeggiò dopo Tangentopoli, e ora diventerà, potete giurarci, un coro da stadio, descrive un ambiente oramai così perdutamente corrotto da non saper più riconoscere nemmeno il peso della responsabilità individuale, che è poi il cardine del patto tra liberi. Gente che non riesce più a distinguere la correttezza dalla scorrettezza, la corsa pulita dallo sgambetto, gente che non ha perduto le Tavole della Legge, ma il manuale di educazione civica.... come ragazzini che rendono inevitabile l'intervento del Padre, che nella figura di un giudice viene a levarci le chiavi di casa perché ne abbiamo fatto un pessimo uso. Luciano Moggi era temutissimo, chiacchieratissimo, ma anche molto ammirato: perché vinceva molto, e perché era potente. Ecco, forse basterebbe, per cominciare a rimediare almeno un poco all'analfabetismo etico di questo paese, confutare energicamente questa idea, non so se più stupida o più disgustosa, che ricchezza e potere giustifichino tutto. L'abicì, appunto. (16 maggio 2006)


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